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Il concetto di sanità in Italia: cosa ci insegnano oltre sei secoli di evoluzione?

da | Dic 31, 2020 | Attualità, Scienza, Storia

L’epidemia di peste nera, che nel 1347 travolse l’Italia e l’Europa, persuase già all’epoca le amministrazioni alla necessità di coordinare la scienza medica attraverso l’adozione di provvedimenti mirati al raffreddamento della curva del contagio. Quanto è stata fondamentale nel corso dei secoli l’evoluzione del nostro sistema socio-sanitario per contrastare questo tipo di problematiche?

La recente pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova la tenuta dei sistemi sanitari di numerosi Paesi in tutto il mondo. L’Italia è stata tra i primi a fare i conti con il diffondersi a macchia d’olio del contagio, il che ha significato, nell’immediato, una pesante rimodulazione a livello organizzativo dei nostri ospedali. Il Bel Paese, seppur con non poca fatica, ha retto l’onda d’urto grazie ad un sistema sanitario universalistico, fondato su di un impianto fortemente solidaristico ed equo.

Ad oggi la popolazione italiana può vantare uno tra i migliori sistemi sanitari a livello globale: tra i primi per speranza di vita alla nascita ed equità del sistema di finanziamento.

Ma a quando risale esattamente il concetto di Sanità nel nostro Paese?

Gli albori del concetto di sanità non sono riconducibili né alla promulgazione dell’articolo 32 della nostra Costituzione (il quale sancisce il Diritto alla salute), né all’istituzionalizzazione del nostro Servizio Sanitario Nazionale nel 1978. Seppure entrambe consistono tappe di inequivocabile importanza,  lo storia della sanità italiana prende avvio da un periodo di forte crisi parecchio antecedente la nascita della Repubblica. Si tratta di una delle pagine più buie che l’umanità ricordi: l’epidemia di peste nera.

È  l’ Ottobre del 1347 quando la peste (il cui nome deriva dal latino peius e significa «la peggior malattia») raggiunge le coste della Sicilia a bordo di 12 navi mercantili cariche di seta e spezie provenienti dal Mar Morto. Questa malattia, all’epoca del tutto sconosciuta, si propaga rapidamente in Europa dimezzandone la popolazione. L’altissimo tasso di mortalità è in buona parte dovuto all’impreparazione dei medici nel saper curare un morbo di cui non si conoscono le cause, né tanto meno le conseguenze. A ciò si aggiunge anche il fatto che le autorità cittadine stesse si trovano, almeno inizialmente, del tutto spiazzate e impreparate ad individuare dei provvedimenti che, se messi in atto, possano bloccare il dilagare apparentemente incontrollabile del fenomeno.

Mentre nelle università come la Scuola Medica Salernitana (primo centro consistente di medicina laica nel Medioevo) si potenzia il sapere medico-scientifico, sono i governi comunali italiani a coordinare gli interventi, elaborando una lungimirante organizzazione sanitaria, tra le prime al mondo.

Gli stati comunali italiani  (come quelli di Firenze, Milano e Venezia, tanto per citarne alcuni) sono, in quel periodo, tra i più evoluti dal punto di vista amministrativo, tanto che arrivano ad emanare regolamenti paragonabili ad una prima forma di legislazione in materia sanitaria. Eccone elencati alcuni:

  • Il Regimina contra pestilentiam, ad esempio, elenca una serie di misure preventive per sfuggire al contagio e contenerne la diffusione. Secondo questo provvedimento, tutti i comuni italiani devono interrompere improvvisamente commerci e traffici marittimi;
  • Medicus, barberius, e herborarius milanesi – per ordine dei Visconti – vengono obbligati a rendicontare gli infetti ed isolarli. A Milano diventa molto importante avere una buona rete d’informazioni e così viene anche creata un’organizzazione capillare di custodi e guardie che controllano i punti di accesso in città.  
  • Nei grandi porti – come quello di Genova e Venezia – sono vietati gli sbarchi alle navi provenienti da località già contaminate;
  • Chiunque voglia far ritorno tra le mura della propria città deve rispettare un isolamento di quaranta giorni: nasce così la cosiddetta quarantena, adottata ancora oggi in tutto il mondo.
  • A Firenze vige il compito di sorvegliare i mercati al fine di accertare la provenienza di merci e mercanti e impedire la rivendita di capi appartenuti a individui morti di peste.
  • A Pistoia gli ordinamenta sanitatis tempore mortalitatà, oltre che di problemi annonari, legiferano sul controllo del mercato della lana, al fine di evitare che la malattia possa nascondersi tra i tessuti. Ed è anche qui, che in questi anni nascono i monatti, anche conosciuti come beccamorti.

Ad oltre sei secoli e mezzo di distanza da una delle pagine più tristi della storia dell’umanità, ci siamo trovati a fronteggiare un nemico che, seppure neanche lontanamente paragonabile dal punto di vista clinico a quella che fu la peste nera del ‘300, ci ha costretti ad aggiornare il fitto catalogo delle epidemie.

Il Covid-19, insieme alla dura battaglia intrapresa dall’uomo per ostacolarne la diffusione e le conseguenze, e alla luce di quanto sin qui riferito sull’epidemia di peste nel medioevo, ci ha permesso non solo di rimarcare quanto sia stato importante nei secoli il progresso della scienza medica, ma soprattutto quanto sia stato fondamentale l’evoluzione del sistema socio-sanitario delle nostre istituzioni.

Come abbiamo visto, la sola medicina non poté granché contro il dilagare della peste, furono invece i Comuni più evoluti ad utilizzare la scienza medica per reggere (seppur con molte difficoltà) l’onda d’urto, attuando tutta una serie di provvedimenti mirati.

È possibile, dunque, affermare che l’evoluzione degli organi legislativi centrali degli stati democratici contemporanei, unitamente alle organizzazioni internazionali di cui molti fanno parte, hanno indubbiamente favorito il progresso scientifico e permesso di fronteggiare meglio questo tipo di problematiche, garantendo sostegno alla ricerca non solo grazie agli stanziamenti di natura economica, ma anche alla creazione di una amministrazione capillare in grado di coordinare gli interventi.

Emanuele Tassielli

AUTORE

Emanuele Tassielli

Studente di management delle aziende sanitarie e del settore salute presso l’Università degli Studi di Milano. Fuorisede amalfitano trapiantato nella capitale meneghina, sono appassionato di economia e di politica sanitaria (oltre che del buon cibo).

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