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Cosa sta succedendo in Bielorussia?

da | Set 17, 2020 | Attualità, Politica

Proteste, scioperi, manifestazioni antigovernative ed esercito in strada. Cosa sta succedendo in Bielorussia? Tutto gira intorno all’ennesima rielezione del del Presidente Aleksandr Lukashenko, in carica dall’ormai lontano 1994. Ma quali sono le cause remote ed immediate delle sommosse?

Il 9 Agosto 2020 le elezioni presidenziali in Bielorussia hanno decretato la rielezione del Presidente Aleksandr Lukashenko per la sesta volta consecutiva. Le speranze di gran parte della popolazione di liberarsi dall’oppressione di colui che i media occidentali (e non solo) definiscono “l’ultimo dittatore d’Europa”, sono così svanite ancora una volta.

Dal 1994, anno in cui si tennero le prime elezioni presidenziali della post indipendenza dall’ex Unione Sovietica (per molti osservatori internazionali le prima ed anche ultime portate a termine in maniera libera e trasparente), questo Paese non ha conosciuto altro governo che non fosse di matrice Lukašhėnkiana.

Le cause remote della serie di violenti proteste e manifestazioni che sono seguite alla rielezione del 9 Agosto scorso sono, dunque, da ricercare nella politica autoritaria e spregiudicatamente personalistica che Lukashenko ha portato avanti nel corso di questo ventennio:

Già nel 1995, anno dopo la sua prima elezione, Lukashenko indisse un referendum per cambiare i simboli nazionali. A questo primo referendum, ritenuto non libero dall’OSCE ne seguì un altro nel 1996 che rese la costituzione emendabile e che accentrò il potere nelle mani dello stesso presidente, il quale come primo atto sciolse il parlamento. Nel 2001, dopo la sua seconda rielezione, accorpò le elezioni con un altro referendum. Poi, nel 2004, con la vittoria del i mandati per la rielezione del presidente divennero illimitati. In seguito a queste riforme costituzionali Lukashenko fu continuativamente rieletto nel 2006, nel 2010 e nel 2015, in un clima che l’OSCE ha definito “non democratico”.

Una politica accentratrice, quella Lukašhėnkiana, che ha man mano tenuto per sé tutti i maggiori poteri statali e che ha visto, di volta in volta, le elezioni svolgersi sotto il totale controllo dei mass media, con l’utilizzo della formula del voto anticipato (che permette più agilmente di compiere brogli elettorali), con il diretto controllo della della Commissione elettorale centrale della Bielorussia e con l’interferenza del lavoro svolto dagli osservatori internazionali.

Le cause prossime, invece, riconducono ai giorni immediatamente precedenti le ultime elezioni presidenziali dello scorso 9 Agosto. In pochi, infatti, si aspettavano un voto regolare: le proteste sono cominciate già la domenica precedente, quando sono stati diffusi i primi exit poll, che davano Lukashenko come sicuro vincitore (la Bielorussia non ha permesso l’ingresso di osservatori internazionali e diversi paesi europei si sono rifiutati di accettare come veritiero il risultato delle elezioni).

La polizia, già allora, aveva reagito con estrema durezza, usando da subito grande violenza contro i manifestanti e arrestandone quasi 7mila in pochi giorni. Da giorni emergono segnali che fanno pensare che l’apparato militare e amministrativo non sostenga più Lukashenko in maniera compatta. La manifestazione non è stata interrotta dalle forze di sicurezza – forse anche perché vastissima – e nei giorni successivi diventò virale la protesta di alcuni ex soldati che hanno pubblicato video in cui buttavano via le loro vecchie divise, esprimendo vergogna per il comportamento dell’esercito e delle forze di sicurezza.

Intanto continuano ad infiammarsi le proteste soprattutto a Minsk, capitale che sta vivendo mesi di pur inferno, con scontri continui tra esercito e manifestanti. Tutto ciò mentre il comitato investigativo bielorusso ha annunciato che la leader del Consiglio di Coordinamento dell’opposizione Maria Kolesnikova è stata incriminata di “invocare azioni che minacciano la sicurezza nazionale”. Accusata ai sensi dell’art. 361 del Codice penale, potrebbe ora affrontare da 2 a 5 anni di carcere.

La Kolesnikova è attualmente in prigione a Minsk dopo essere stata arresta ed aver strappato il suo passaporto davanti agli agenti della polizia per impedire la sua espulsione in Ukraina.

Maria é l’unica delle tre leader dell’opposizione che é rimasta in Bielorussia mentre le altre due Veronika Tsepkalo e la candidata alla presidenza Svetlana Tikhanovskaya avevano lasciato la Bielorussia subito dopo le elezioni presidenziali.

È notizia di pochi giorni fa, che il presidente russo Vladimir Putin, il quale in tempi di crisi cerca spesso e volentieri di ricoprire il ruolo di deus ex machina, non potendo di certo esimersi proprio questa volta dall’accogliere sotto la propria ala protettiva il collega Lukashenko (di cui è sostenitore ed amico) garantirà al governo bielorusso aiuti economici per 1,5 miliardi di dollari. Il mondo occidentale, invece, stenta ancora oggi ad assumere posizioni nette. L’Unione Europea, così come molti altri singoli Paesi, ha solo stigmatizzato i feroci metodi utilizzati dalla polizia bielorussa e si è detta preoccupata per la continua escalation delle proteste, ma nulla di più. C’è forse paura di incrinare i rapporti con la Russia di Putin?

I giochi di potere nell’est Europa si fanno sempre più delicati. Ed intanto il clima in Bielorussia continua ad essere incandescente, la pandemia avanza ed il popolo soffre, ma allo stesso tempo continua a lottare e non si arrende.

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AUTORE

Trabucco, Antenna, 5g, maestra, Peschici, Gargano, Italia, graduatorie

Giuseppe Marino

Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano.  Sono appassionato di web writing e giornalismo online, ma sento sempre vivo in me il richiamo delle antiche tradizioni di famiglia. L’amore viscerale di mio nonno per il suo Trabucco da pesca è qualcosa che mi ha sempre affascinato ed incuriosito. Con le dovute proporzioni, vorrei tentare la singolare impresa di applicare la sua filosofia al mio sito web.

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